io ti rispetto

Io ti rispetto (parte 1)

Nel karate e nelle arti marziali in genere uno dei valori più spesso nominato è il rispetto.

Da insegnante di karate-educazione mi devo chiedere che cosa significa. Non mi riferisco ovviamente alle offese grossolane che vanno anche contro la morale comune. Penso a parole e azioni più sottili ma cariche di significati, che tuttavia fanno la differenza fra irriverenza e cortesia, o fra noncuranza e attenzione.

Per i giovani il rispetto non è sempre facile da inquadrare, perché rappresenta un mix di diversi valori e virtù quali lealtà, attenzione, gentilezza, riguardo; e il rispetto si riceve anche in funzione di come lo si offre. Poi, al solito, l’ego e gli ormoni mettono i bastoni fra le ruote. Specialmente per i maschi sono ostacoli difficili da affrontare, ma si possono superare con lo spirito guerriero rivolto verso l’interno…

Del rispetto ci si rende conto quando manca: nei giovani la manifestazione più frequente è il bullismo, e chi lo subisce sa bene cosa significa.

Un insegnante di karate-educazione deve aiutare i giovani allievi a capire che cosa comprende il rispetto e le sue sfumature. Poi studiare delle routine che aiutino a esercitarne l’esperienza, approfondendo il passaggio fra capire e far proprio, creando le occasioni educative per un problem solving del rispetto.

Nel Dojo iniziamo partendo da valori semplici da praticare, quali gentilezza e cortesia (“senza i quali il valore del karate va perso”, come dice il Mº Funakoshi). A partire dal saluto, che è un ottimo mezzo per iniziare a prendere confidenza con il rispetto.

Il saluto, l’inchino, “rei”: deriva dalla parola giapponese “reigi”, che significa “rispetto, cortesia, educazione”. È il gesto più comune nelle palestre di arti marziali, ma è necessario riempirlo di significato. Diversamente diventa una mera abitudine creata da un obbligo. 

In combattimento il saluto in piedi, “RitsuRei”, riconduce a un significato dalle radici profonde. Non equivale a uno sbrigativo “buongiorno” o “buonasera” o ciao, e si propone un obiettivo differente dalla nostra stretta di mano, anzi in ogni cultura il saluto assume significati diversi.

Ad esempio qui in Occidente ci salutiamo, secondo la tradizione medioevale, dandoci la mano “libera dalla spada”: un gesto che sottintende amicizia, pace; in India si congiungono le mani aperte davanti al cuore a mo’ di preghiera: un saluto che coinvolge la sfera spirituale della persona; in Cina il saluto taoista del pugno chiuso dentro la mano aperta rappresenta lo yin-yang e simboleggia l’aspirazione all’equilibrio; invece in Giappone l’inchino è intriso soprattutto di umiltà e in ultima analisi sottintende un inchino al cospetto di Dio: “mi inchino al Dio che c’è in te”.

Fra due atleti che si affrontano nel dojo per un kumitè o uno scambio di tecniche, prima del saluto c’è sicuramente amicizia, ma dopo il saluto la prospettiva deve cambiare: l’amicizia non è più in figura e si diventa avversari (veri); anche mettere in difficoltà il compagno è segno di rispetto, oltre che utile alla crescita tecnica di entrambi. Ma alla fine, dopo il saluto di commiato, si ritorna ancora amici.

In gara esultare platealmente davanti all’avversario dopo una vittoria è mancanza di rispetto, quasi irriverenza, e negare la sconfitta è presunzione, accettarla con un cenno del capo o stringendo la mano è segno di rispetto (o di umiltà in caso di palese ingiustizia arbitrale, come a volte succede).

Come fare l’esperienza del rispetto?

Per creare una confidenza con la rilevanza del gesto, al primo saluto con il compagno (RitsuRei) si potrebbe dire: “ti rispetto”. 

Invece, dopo uno scambio di tecniche, si può vestire l’inchino finale con delle affermazioni di cortesia e tono cordiale, tipo: “grazie”, “distanza errata”, “ottimo lavoro, bravo”, “ho sbagliato tutto”, “ho imparato cose”, “mi aiuti a risolvere?”, su iniziativa del praticante più esperto.

Per concludere questa prima parte del mio post, invito i lettori che ne avessero voglia di immaginare delle situazioni in palestra adatte a esercitare il problem solving del rispetto, e di riportarle più sotto nei commenti. 

Carlo Pedrazzini