Dopo aver guidato la nazionale italiana femminile di pallavolo alla storica medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi 2024, Julio Velasco ha spiegato quale fosse stato il suo obiettivo con le sue atlete:
Le volevo autonome e autorevoli.
Julio Velasco
È una frase che, secondo me, ogni insegnante dovrebbe ricordare.
È un concetto nato nella pallavolo, ma credo che nel karate abbia ancora più valore.
Nel nostro sport, soprattutto nel kumite, ci sono decisioni che devono essere prese in una frazione di secondo. Nessun maestro, per quanto bravo, può decidere al posto dell’atleta. Sul tatami si è soli. E se ogni scelta dipende da una voce esterna, si arriva sempre in ritardo.
Questo non significa che il maestro debba contare meno. Significa esattamente il contrario.
Il compito di un insegnante non è creare allievi che eseguono bene quando vengono guidati. Il suo compito è formare persone capaci di pensare, adattarsi e trovare da sole la soluzione giusta.
È una differenza sottile, ma enorme.
Dire a un ragazzo: “Arretra, sei troppo vicino” risolve il problema di quel momento.
Chiedergli invece: “Perché sei stato colpito? Com’era la distanza?” richiede più tempo, ma gli insegna a ragionare.
La prima strada produce esecutori.
La seconda forma karateka.
Naturalmente questo richiede anche una certa pazienza da parte dell’istruttore. Lasciare che un allievo provi, sbagli, rifletta e riprovi è molto più difficile che correggerlo immediatamente. Eppure è proprio attraverso l’errore che nasce l’apprendimento più profondo.
L’errore non è un fallimento. È uno strumento.
Nel dojo la disciplina, il rispetto della gerarchia e l’imitazione del maestro sono fondamentali. Nessuno mette questo in discussione. Sono le basi su cui costruiamo la tecnica e il carattere.
Ma non devono trasformarsi in dipendenza.
L’obiettivo finale è un altro: arrivare al punto in cui l’allievo non esegue semplicemente quello che gli è stato detto, ma comprende ciò che sta facendo e sa adattarlo alla situazione che ha davanti.
Il kata rappresenta perfettamente questo principio. Quando la prova inizia, l’atleta è completamente solo. Non esistono suggerimenti, non esistono correzioni, non esiste la possibilità di recuperare un’esitazione grazie a una voce esterna. Ogni dettaglio – il ritmo, il timing, l’intenzione, la gestione dell’emotività – è il risultato di ciò che è stato costruito nei mesi e negli anni di allenamento.
Il compito dell’istruttore, quindi, non è preparare un allievo che sappia ripetere perfettamente ciò che gli è stato mostrato. È preparare un karateka capace di esprimere il proprio kata anche quando è completamente solo sul tatami. Se durante una gara avesse ancora bisogno del maestro, significherebbe che il lavoro non è ancora terminato.
Nel kumite lo dimentichiamo più facilmente, perché l’allenatore è a bordo tatami e può dare indicazioni. Ma le azioni decisive durano pochi istanti: riconoscere il momento giusto, leggere l’avversario, scegliere la distanza, decidere se anticipare, aspettare o contrattaccare.
Sono decisioni che nessuna voce esterna può prendere al posto dell’atleta.
Per questo, durante gli allenamenti, dovremmo chiederci meno spesso se i nostri allievi stanno eseguendo esattamente quello che abbiamo spiegato e più spesso se stanno imparando a risolvere i problemi da soli.
Alla fine, credo che il successo di un insegnante non si misuri da quanto gli allievi abbiano bisogno di lui durante un combattimento.
Si misura dal momento in cui non ne hanno più bisogno.
Perché è proprio allora che il lavoro svolto nel dojo ha raggiunto il suo obiettivo. Forse è questa la sfida più difficile per ogni maestro.
M° Eric Pedrazzini
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