Il Mº Hiroshi Shirai

Tutti gli sport sono educativi. Anche molto educativi, con dei buoni insegnanti. Ma nessuno di essi ha l’obiettivo di educare. L’educazione è solamente una positiva conseguenza dell’attività praticata.

Vela, equitazione, giochi di squadra o individuali: ogni disciplina insegna che non si ottengono risultati senza concentrarsi sull’obiettivo, senza pagare un prezzo in termini di impegno fisico e spirituale, costanza, e poi amore e forza interiore.

Nei vari sport tutti questi “doni educativi” sono indiretti e arrivano in automatico: non fanno parte dell’obiettivo di settore.

Nelle arti marziali, invece, almeno in età scolare, i fattori si possono invertire rispetto a tutte le altre discipline sportive: l’obiettivo diventa l’educazione e la tecnica il vantaggio indiretto: lo strumento prescelto per raggiungere il vero obiettivo (se lo sapessero, i genitori ne sarebbero felicissimi). 

Ma se l’obiettivo è l’educazione, si pone il problema di chi educa gli educatori, ma questa è tutta un’altra storia… Per ora facciamo finta di essere tutti Maestri!

Tuttavia meglio fare chiarezza: chi dal proprio Maestro ha ricevuto una formazione etica e morale insieme a quella tecnica? Chi ha ricevuto suggerimenti riguardanti il carattere, oltre a quelli tecnici? Chi si è confidato (o confrontato) con il Maestro per riceverne consigli diversi da quelli tecnici?

Certo bisogna mettersi d’accordo sul significato di Maestro, ma se questi è Colui che Guida sulla Via, o Colui che è Nato Prima, o Colui che Porta dal Buio alla Luce, allora dico che pochi hanno avuto un Maestro. La maggior parte solo un bravo, ottimo, o forse eccezionale insegnante tecnico/istruttore.

Il Mº Shirai, quando poteva, si rivolgeva a me come un Maestro (con migliaia di allievi la cosa non era frequente).

Una volta, a metà degli anni ’70, l’avevo seguito in un tour in Sicilia, a Palermo, Siracusa e Catania. Insieme a pranzo, mi stava versando del vino, almeno così credevo. Appena dirige la bottiglia verso di me, subito appoggio la mano aperta sul bicchiere vuoto dichiarando di essere astemio. A quel punto lui si ferma e mi dice con aria divertita: “Troppa fretta, Carlo! Forse io voler mettere vino solo dentro mio bicchiere… Tu aspettare ultimo momento, imparare pazienza nè..!” (centrando in pieno la mia più grossa lacuna!).

Nello stesso viaggio, al momento dei saluti, gli dispiacque che non prendessi l’aereo con lui per il ritorno: “Maestro, sono arrivato in treno e torno in treno, non mi posso permettere l’aereo..” (allora non esistevano i low-cost). “Carlo tu bravo! Grazie per aver combattuto bene con ragazzi siciliani: io pagare tuo biglietto aereo”.

Anche solo per quel gesto, ma soprattutto per avermi insegnato tutto per 20 anni, il Mº Shirai rimarrà sempre nel mio cuore: lo stimo per il suo equilibrio e sempre lo stimerò come karateka e come uomo.

Onestamente non condivido tutte le critiche che gli arrivano, soprattutto da chi non lo conosce. Chi invece lo ha conosciuto e ha imparato tanto dovrebbe pensare a lui anche con un po’ di riconoscenza.

Di avventure ne ho vissute parecchie in quegli anni meravigliosi, ma non sono state tutte rose e fiori: alcuni episodi mi hanno parecchio deluso.

Voglio raccontare a questo proposito una triste vicenda che mi riguarda.

La scena si svolge a Belgrado nel ’78, con la nazionale Fe.S.I.Ka., durante gli ultimi campionati europei prima dell’unificazione con la F.I.K. di Ceracchini e Basile.

In quell’occasione mi ero qualificato per i quarti di finale pesi massimi, contro un avversario che già avevo battuto nella gara a squadre. Non so come, gli allenatori (ignari del programma?) si dimenticano di me, che dormo beatamente nello spogliatoio. A un certo punto mi svegliano di soprassalto dicendo che mi stavano chiamando sul tatami. Ancora in borghese mi cambio alla velocità della luce, mentre un membro dello staff (parlava a livello personale), anziché aiutarmi a entrare nel ruolo, mi chiede se fossi interessato ad assumere sostanze per migliorare la prestazione: ricevette un gentile ma secco rifiuto.

Persi quel combattimento. Fui eliminato con un misero 1-0.

Mi sono fatto da solo, non sono cresciuto avendo accanto a me la figura del Maestro, a cominciare dal fatto di aver avuto un padre molto assente. Del resto, lui ebbe un’esperienza ancora peggiore: orfano di entrambi i genitori, un padre non l’aveva mai nemmeno visto.

Personalmente, un po’ per la mia storia un po’ per le mie convinzioni, non mi sento di essere un Maestro, se non per l’aspetto tecnico, avendo praticato karate professionalmente ormai da 50 anni. Per il resto mi riconosco tanti difetti e non sento di essere un esempio come un Maestro dovrebbe essere anche nella vita.

Fra me e un vero Maestro ci sono chilometri, e forse ormai è troppo tardi… Anche se Paulo Coelho mi dà una speranza quando nel suo libro, Manuale del Guerriero della Luce,  dice: “Perciò sei un Guerriero della Luce: perché hai passato queste esperienze, e non hai perduto la speranza di essere migliore”.

Carlo Pedrazzini